Il consolidamento sul mercato europeo, invocato da Marchionne, può creare a Mirafiori molti problemi. Fare massa critica per potenziare il locale sistema dell’auto e cercare interlocutori nuovi
Giuseppe Berta, docente all’Università Bocconi, è un osservatore attento delle vicende di casa Fiat. Completiamo con lui la nostra indagine sul futuro di Mirafiori.
“Bisogna partire dall’idea iniziale di Marchionne – ci dice –. Il suo progetto prevedeva che a
Fiat e
Chrysler dovesse aggiungersi anche la
Opel. Il
gruppo da sei milioni di auto, i numeri necessari per competere nel mercato globale, era possibile solo in questo modo. Opel non è arrivata e Marchionne è stato costretto a un ridimensionamento. Ora c’è quella che, al di là dell’eventuale trasferimento della sede a Detroit, a me sembra la vera novità: l’idea del
consolidamento sul mercato europeo, per far fronte all’
eccesso di produzione e a una
redditività insufficiente, con la conseguente
riduzione degli impianti. Da qui le
voci su Peugeot. Perché si tratta di una casa presente solo in Europa e perché il governo francese le ha dato sostegno. Il primo passo, se l’operazione fosse possibile, potrebbe essere un’intesa. Ma un’intesa, s’intende, per tagliare. E questo per noi sarebbe un problema”.
Le previsioni del professor Berta sul futuro di Mirafiori, come si vede,
non sono ottimistiche. Dopo questo primo giudizio gli chiediamo se davvero esista una
Torino post fordista in grado di riempire il vuoto che l’eventuale dimagrimento di Mirafiori provocherebbe. “Semplicemente non c’è – risponde secco –. Abbiamo un
terziario debole: scarsa capacità di fare impresa, bassa tecnologia, capitale umano svalorizzato, nessuna internazionalizzazione. E nella crisi i
giovani che ci lavorano hanno pagato un
prezzo altissimo. Il rischio è un
impoverimento forte di tutta l’
area torinese. Un impoverimento che è già in atto: l’incidenza del Pil del Piemonte sul Pil nazionale, dal ’95 a oggi, è diminuita di due punti percentuali. La manifattura si colloca ancora a un livello medio e medio alto. Ma la terziarizzazione ha significato una perdita di valore complessivo”.
Il futuro? “Bisogna attrezzarsi per far vivere il sistema dell’auto, tutto, non solo l’indotto, senza la Fiat. Naturalmente questo sistema non può crescere senza un
produttore finale. Bisognerebbe che l’Italia fosse capace di attrarre un altro soggetto, meglio se non europeo”. È possibile? “Sì, le competenze ci sono. Ma bisogna
fare massa critica nel territorio. Altrimenti non solo non si attrae ma si perde. Molto dipende dal
Politecnico; e un altro punto importante è la capacità di trattenere qui le
multinazionali della fornitura. Dovremo sforzarci di accentuare la nostra
polivalenza”.
Intanto Marchionne ha stravolto le relazioni industriali. Tutto questo non rischia di far scattare un meccanismo imitativo, pregiudicare così lo sforzo di trovare sentieri nuovi di sviluppo? “Non credo, non penso a un meccanismo imitativo. Il problema non sono le relazioni industriali. Il problema, ripeto, è fare massa critica:
far capire che a Torino investire conviene. È un impegno per tutte le forze locali. Sindacato compreso”.