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Wagon Lits: i miei due mesi sulla torre

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Parla Carmine Rotatore, uno dei tre operai saliti sul faro della stazione contro i licenziamenti. "Appena sceso mi sentivo sconfitto, noi e la torre eravamo diventati una sola cosa. Ora va meglio. Lassù è rimasto solo Oliviero" DI C.CRISTILLI

di Chiara Cristilli

Wagon Lits: i miei due mesi sulla torre (immagini di Chiara Cristilli)
MILANO - Carmine Rotatore, ex lavoratore di Servirail (poi Wagon Lits), è sceso la scorsa settimana dalla torre situata al binario 21 della stazione Centrale di Milano, dove era salito circa due mesi fa insieme ai compagni Oliviero Cassini e Giuseppe Gison, per protestare contro la soppressione del trasporto ferroviario notturno, che ha portato al licenziamento di 800 lavoratori in tutta Italia. Lo abbiamo incontrato per domandargli in che modo è stato per lui possibile resistere tanto a lungo, in una situazione di disagio così estremo.

“Vivere in poco spazio e in una condizione di semi immobilità è stato davvero spossante. Nonostante ciò, siamo riusciti a non cedere all’esasperazione. Svegliarmi e trovarmi in compagnia di Peppe e Oliviero mi è stato di conforto. Apprezzavamo qualsiasi cosa che comportasse anche piccoli miglioramenti delle nostre condizioni, come se si trattasse di grandi conquiste. Anche un ritaglio di nylon era importante, perché ci permetteva di ripararci meglio dal vento e dal freddo.

Oliviero, Peppe e io parlavamo molto tra di noi. In questo modo, le giornate trascorrevano più velocemente. Discutevamo di lavoro, di ciò che leggevamo sul giornale. Si faceva qualche battuta per mantenere alto il morale e per far capire ai compagni riuniti in presidio alla base della torre, che stavamo bene. Con loro abbiamo usato ogni mezzo per comunicare: dal megafono al cellulare, fino allo scambio di bigliettini quando abbiamo capito che i telefoni erano sotto controllo”.

Rassegna.it Qual è il tuo giudizio su questa fase della lotta, coincisa con il presidio sulla torre del binario 21?

Rotatore È stata una battaglia molto democratica. La torre si trova tra binari morti, per cui non abbiamo ostacolato la circolazione dei treni, né provocato disagi ai viaggiatori. Perché anche loro sono stati penalizzati dai tagli al trasporto ferroviario che compromettono il diritto di tutti a muoversi liberamente. Attraverso la torre, anche l’interesse mediatico su questo tema ha raggiunto altezze riguardevoli. La nostra è stata una strategia che ha richiesto tempi lunghi e grandi sacrifici, ma che è poi risultata estremamente incisiva.

Abbiamo attirato l’attenzione della società civile, ottenendo solidarietà da parte di chi ha condiviso la nostra protesta. Dopo 21 giorni si è giunti a un accordo regionale. Certo, la Filt Cgil non lo ha firmato, e noi ci siamo trovati in sintonia con questa decisione. Ciò nonostante, abbiamo ottenuto un intervento delle istituzioni locali e questo ha amplificato l’interesse sulla nostra condizione. La macchina della politica ha cominciato a far funzionare i suoi ingranaggi. Ora aspettiamo l’apertura di un tavolo nazionale che trovi una degna soluzione al licenziamento degli 800 lavoratori. Ci siamo rivolti anche al presidente Napolitano, perché si faccia garante del diritto dei cittadini alla libera circolazione, sancito dall’articolo 16 della nostra Costituzione.

Rassegna.it Cosa hai provato dopo aver abbandonato la torre?

Rotatore Inizialmente ho vissuto una sensazione di sconfitta. Le mie condizioni di salute erano peggiorate. Ho avuto un malore, e per questo sono sceso. Ero in stato confusionale. Sono stato prelevato da un’ambulanza. Ricordo di aver sentito applausi. Però non avevo il coraggio di guardare in faccia i miei compagni, io che li avevo sempre esortati a non abbassate la testa. Quel giorno io ho abbassato la testa per non guardare, perché l’avevo presa male. Poi, però, dopo essere stato dimesso dall’ospedale, sono tornato al binario 21 e ho avuto una percezione nuova delle cose.

Per due mesi ho visto solo una parte del presidio a terra, perché la nostra visuale era limitata. Pensavo che i miei compagni avessero poco a disposizione: un fornello elettrico, un braciere per scaldarsi. Anche se assidua, quando ero sulla torre la comunicazione con i colleghi era lenta e loro mi sembravano piccoli visti da quell’altezza. Poi, invece, mi sono reso conto di ciò che avevano realizzato nel frattempo, del livello di organizzazione che avevano raggiunto, e sono rimasto impressionato.

Rassegna.it Vi eravate dati dei limiti di permanenza?

Rotatore Non c’erano costrizioni. Ognuno di noi avrebbe potuto scendere in qualsiasi momento, ma questa decisione ha avuto tempi molto dilatati. Quando uno di noi non si sentiva bene, e magari sentiva il bisogno di cure e di riposo, trovava il coraggio di andare avanti attraverso la sola presenza dei compagni. Ci siamo sostenuti a vicenda. E poi, dopo tanti giorni, avevamo quasi paura di scendere, perché non sapevamo cosa avrebbe comportato, quali reazioni avrebbe scatenato dentro di noi. Sotto avevamo una grata, e questo creava un senso di vuoto. Così l’abbiamo ricoperta con il cartone per avere un pavimento, un terreno su cui poggiare. È stato importante, sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Noi e la torre eravamo diventati un’unica cosa. Quando si guastava qualcosa, la riparavamo con quello che avevamo. Ci dovevamo fidare della torre, e lei di noi. Ora è rimasto solo Oliviero. Peppe è stato il primo a scendere. Quando lo ha fatto, Oliviero e io siamo rimasti in silenzio per un giorno intero. Abbiamo molto patito la sua mancanza. Per noi è stato un po’ traumatico. Poi Peppe è tornato al presidio e ci siamo rasserenati quando abbiamo visto che stava bene.



Vuoi riprodurre questo articolo? Leggi qui le condizioni.


TAGS rotatore ferrovie treni treni notte servirail proteste operaie wagon lits fs

02/02/2012 18:07

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